Riflessione sull’industria nautica italiana

Oggi prendo spunto dall’editoriale dell’amico e mio direttore sul mensile internazionale Barche, Franco Michienzi, che sul numero di novembre fa una disamina sulle presunte ragioni della felicità portando poi, saggiamente, il discorso sull’industria nautica italiana e il suo potenziale da una parte e potere non gestito e spesso denigrato dall’interno dall’altra.

Cosa c’entrano felicità individuale e industria nautica italiana? Si possono leggere in tanti modi i punti di contatto tra le due cose, dai più semplici e spontanei a quelli che possono rappresentare un impulso per un ragionamento magari poco esplorato.
A noi è piaciuto interpretarlo in questo modo: correre, correre, correre, guardarsi attorno, vedere cosa fa il vicino, giudicare, giudicare, giudicare, correre, correre, correre, avanzare, avanzare, avanzare…eh sì, ci ha stimolato una riflessione “futurista”, o meglio, in stile. Perché? Perché il tutto è qui, corriamo, guardiamo cosa fa il nostro vicino per criticarlo cercando di denigrarne l’operato, se ha fatto bene ci danniamo per fare qualcosa in più o per screditarlo, se fallisce che gioia! Stappiamo anche le bottiglie…ma siamo entrambi una cosa sola, la nautica italiana. Allora, l’editoriale di Franco Michienzi su Barche di novembre è per noi una riflessione in tal senso. Prendiamo coscienza che la nautica italiana ha sì un enorme potenziale, ma anche un enorme potere già consolidato che è dato dalla massiccia presenza sui mercati internazionali, dal fare tendenza per scelte tecniche ed estetiche, un’industria da cui tanti paesi cercano di attingere. Che significa? Come ho già scritto in diverse occasioni su articoli pubblicati sulle testate con le quali collaboro, “divide et impera” lo abbiamo insegnato noi storicamente al mondo che ne subiva l’applicazione, oggi, lo stiamo continuando a utilizzare nel confronto con gli altri paesi, le altre culture e gli altri mercati, ma contro di noi. Non che vorrei si tornasse ai tempi dell’originale applicazione del “divide et impera”, ma sarebbe quantomeno accorto ricordare che quella strategia ha permesso all’Impero Romano di espandersi vincendo su popoli anche molto ben organizzati.

Utilizzarla contro di sé è sicuramente un modo per offrire vantaggi a quelli che sebbene non possiamo considerare nemici sono quantomeno concorrenti sui mercati internazionali. Ecco, questa riflessione leggendo l’editoriale di Franco Michienzi è tornata a galla, insieme a una battuta di un comico romano che non usa solitamente un linguaggio forbito ma che sicuramente va dritto al centro delle cose, Alessandro di Carlo, il quale sostiene in un suo spettacolo che abbiamo insegnato molto al mondo e che molto di ciò che abbiamo insegnato lo stiamo ora subendo. Ho espresso solo il concetto e non ho usato le sue parole per evitare di sconvolgere i più delicati, chi vuole può trovare su YouTube quello spettacolo nel quale si fa riferimento a come abbiamo, come popolo rappresentato allora dall’Impero Romano, insegnato a realizzare una rete fognaria dove non esisteva e oggi da quei popoli subiamo attacchi continui con lezioni di civiltà. I Romani usavano “divide et impera” per conquistare e noi oggi ci dividiamo spontaneamente per lasciare che sul mercato nautico internazionale si faccia strada chi ha meno storia, mercato e tecnologia di noi. Cosa ci manca? Forse la consapevolezza della nostra forza intesa come capacità di essere un PAESE produttore e non solo un’azienda o un Gruppo, ma allora sarebbe bene considerare che la nostra forza dipende proprio da quella consapevolezza, perché se pensiamo che ognuno di noi possa individualmente o a piccoli gruppi imporsi e soprattutto contrastare gli attacchi che l’industria italiana subisce sui mercati internazionali, la sconfitta è dietro l’angolo e non possiamo permettercela.

 

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